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Speculum Cippis

Cippis, -is. f. III decl.:essere anomalo, varesino ma con cadenza calabress

Paola

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Scrittrice mediocre, facitrice di versi, violinista en train de, suonicchio il piano, ex-calciatrice(maglia 9), lettrice incallita, appassionata di scienza, filosofa a tempo perso. INSOMMA SULLA MIA LAPIDE CREDO LEGGERETE:"QUEL CHE MEGLIO MI DESCRIVE è CIò CHE NON SONO"
Perchè la musica scritta ha varie forme, tante quante gli esecutori che vi si cimentano
Educazione musicale
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Francesco

Updated 9/15/2008
Updated 6/28/2008
Updated 4/13/2008
Updated 4/13/2008
Updated 3/26/2008
Updated 9/26/2008
Updated 9/23/2008
October 05

The verve- bittersweet simphony

 
October 02

per una improbabile amica (m d) : Il vecchio e il mare (Roberto Vecchioni)

IL VECCHIO E IL MARE ( NON HO TROVATO LA MUSICA MA é UNA CANZONE E TE LA CONSIGLIO)
Lasciatemi restare così
tra questa barca e il cielo...
fermo e inimmaginato come una nota di Mahler
sopra un violino solo...

lasciatemi restare così
con questo pescecane legato al mio fianco
che dovrei riportare a riva
se solo fosse un po' più stanco.

Così, dove tutte le cose sono soltanto
battelli di passaggio,
viste e perdute nell'attimo che un faro
le trapassa di un raggio;

perchè il vecchio adesso ha vent'anni
e il mare ne ha milioni di milioni,
perchè il vecchio adesso ha un sorriso
che ha superato tutte le illusioni...

E l'amore, l'amore, l'amore
che bella scusa per sentirsi vivo
è stato questo amore:
e l'amore, l'amore, l'amore
che insensata pagina di violenze, lacrime , sudore,
e lontano, lontano, lontano il vecchio
ha sempre la tua lettera che dice di tornare,
perchè ti ha amato così tanto
nonostante l'amore...

Lasciatemi questa zona d'ombra,
questo sentimento di non partenza :
stendermi, ben sapendolo
in questa dolcissima, totale indifferenza;

ho figli che devono tirare le reti
e fastidiosi richiami dalla riva,
e conti da saldare
con chi mi compra il pesce perchè io sopravviva:

e l'amore, l'amore, l'amore
che infrangibile anello è stato il tuo amore,
l'attimo nella nebbia
che più credibilmente rassomiglia al sole,
in mezzo a scogli e stelle e guizzi di delfini
da non considerare
perchè il vecchio ora sa che è vero solo il mare

e non c'è niente che sia vero
tranne il mare;
il vecchio sa,
perchè ora il vecchio
è il mare.

Roberto Vecchioni

September 29

Il libraio di Selinunte ( Da Rotary club of Malindy)

IL LIBRAIO DI SELINUNTE

Così di notte, quando tutto era silenzio nella strada,
io scavalcavo la finestra e camminavo con le scarpe in mano,
e m'infilavo nella luce fioca della sua bottega,
per sentire la voce di quel piccolo uomo.

Così di notte in quella stanza dove mi dimenticavo il tempo,
io stavo ad ascoltarlo di nascosto mentre lui leggeva
parole di romanzi e versi come cose da toccare
e al frusciare di pagine mi sentivo volare...

e le parole come musica di seta
mi prendevano per mano,
e mi portavano lontano dove il cuore

non si sente più lontano:
dentro le immagini, nei libri e nella pelle
di chi aveva già vissuto cose tanto uguali a me;

nella follia d'essere uomo e nelle stelle
per andare oltre il dolore più inguaribile che c'è;

e le parole si riempivano d'amore,
le sue parole diventavano d'amore,
le sue parole diventavano l'amore


Così la notte,quando gli incendiarono la casa,
e la gente rideva e diceva che era finalmente ora,
capii che c'è davvero una diversità infinita
tra imparare a vivere e imparare la vita:

guardavo il pifferaio che si portava dietro le parole
e se le trascinava nella luce bianca della luna:
non si voltò, non si voltò neanche a salutare,
se le prese su tutte, e le gettò nel mare...

e le parole del libraio da quella sera
se ne andarono per sempre,
e mi lasciarono con gli occhi di un bambino
che non può sognare più:

tutte le sere torno con le scarpe in mano
per vedere se da qualche parte le riporterai;
di giorno provo a ricordarmele, ma invano,
troppi uomini non cambiano e non cambieranno mai:
parlano tutti, ma non dicono parole,
le loro cose non diventano parole:

mi manchi tu, mi mancano le tue parole...

Ma ci son sere che scendendo verso il mare
mi sembra come di sentirti, e non ti vedo:
ma se m'illudo che sia ancora tutto vero
quasi ci credo.

(Roberto Vecchioni)


   


September 27

E' non è ( Niccolo Fabi)

 
September 25

Il terzo giorno (Non è il labirinto promesso ma è una parentesi di realismo critico uscitami prepotentemente di mano )

Il terzo giorno

 

 

Day 1

L’orologio a cucù di mia nonna, insolito lascito d’ un mondo lontano, batteva le sette mentre la macchinetta del caffè fischiava ormai pronta e l’aroma si diffondeva sperdendosi nell’aria. Mi allentai il nodo della cravatta che come al solito avevo stretto eccessivamente e me ne versai una tazzina aggiungendovi, come il solito, due cucchiaini di zucchero.

Mi sedetti al tavolo e mentre sorseggiavo la mia nera e amatissima bevanda facevo scorrere davanti a me i titoli del giornale acquistato poco prima dal fidato giornalaio dabbasso, Paolino. Il movimento secessionista “orgoglio celtico” aveva trovato alleati nella sua patriottica e grandiosa battaglia alla tirannica Italia nei movimenti di “O doge,o morte!” e “Tricolore che orrore” inneggiando a furor di popolo i propri vincenti e fortunatissimi slogan tra cui “Roma ladrona” e “No immigrati” in un discorso impastato dalla solita retorica spicciola, quasi caricaturale ( “Siamo stanchi! Troppo abbiamo dovuto subire! Via immigrati che stuprano le nostre donne e devastano i nostri raccolti!”).

Lasciamo perdere le riforme statali: dopo aver gettato fumo agli occhi degli italiani eliminando alcune tasse superflue qualcuno lassù, che tutto sa e può, aveva ben pensato di riprendere l’introito perso tagliando niente poco di meno che sulla cultura,  mozzando così le teste di tanti piccoli insegnanti statali pubblici (morte a chi tocca i privati!).

Tara tà tà, tara tà tà, tara tà tà

D’un tratto la disgustata lettura fu interrotta da una melodia allegra, un sobrio preludio bachiano (libro 1, preludio n.1 in do maggiore dal Clavicembalo ben temperato), ma mi ci volle un po’ per scovare il benedetto cellulare buttato, chissà dove, il giorno prima.

Trovatolo accanto i piedi della poltrona vidi lampeggiare la schermata “Clelia chiama” e risposi.

-Pronto.

-Ciao Gè! ti ho svegliato?

-No, no. Dimmi tutto.

-Niente ti chiamavo per ricordarti che stasera è il nostro cine-day e che ho già noleggiato ieri un paio di classici:Tempi Moderni, Il monello,… insomma un po’ di Chaplin dato che l’ultima volta lo avevi tirato in ballo con un’accesa ed eloquente analisi.

-Ah sì, sì ricordo! Va bene, benissimo. A stasera, allora!

-Va bene,bacio e buona giornata!

Rimuginai quel “buona giornata”: “giornata” sì, ma “buona” direi proprio di no. Ad ogni modo quella sorta di vacanza che era il cine-day mi metteva sempre di buon umore malgrado lo sfascio in cui versava il mondo. Spensi il cellulare e lo buttai in borsa tra il registro e il manuale di letteratura dopo di che mi diressi verso il mio treno: da lì a breve sarebbe suonata la campanella.

Da quando la mia vita si era irrigidita nel sistema-mondo recitavo ormai con una certa scaltrezza il mio ruolo: secondo binario, terza carrozza, primo posto a sedere sulla destra. Appena il treno fu in movimento e le immagini proiettate al finestrino cominciarono a scivolarmi via, allora,  il mio pensiero si mise in moto rimasticando quanto di nuovo si fosse prospettato fino ad allora: “Tempi Moderni” con il suo povero Chaplin circondato e oppresso dai pesanti e oleosi ingranaggi industriali si sovrapponeva alla delicata musichetta del mio cellulare, prodotto di altissima tecnologia, composto all'avanguardia di eleganti e asettici microcip e, cosa non da poco, oggettino estremamente leggero. Il tragitto si rivelò, come sempre, più breve del previsto o, se non altro, più breve della deriva presa dai miei soliloqui.

Una volta a scuola le lezioni filarono via lisce per le prime tre ore con un Dante in una terza, un Montale e uno Svevo in una quinta. Seguì l’intervallo chiassoso e intriso di fumo e odore di pizzette. Riprese le lezioni mi diressi in una quarta: due ragazzini mancavano all’appello così mi decisi a cercarli di persona lasciando la classe sotto la custodia del bidello. Setacciai in lungo e in largo l’imponente scuola: un labirintico agglomerato in cui uno striminzito liceo classico e diversi istituti professionali si mischiavano tutti al loro interno. Entrai nei bagni dove la mia presenza fece filar via dei giovani che strattonandomi si aprirono un varco di fuga: per terra avevano lasciato una bottiglia in cui un grigio fumo si contorceva. Vidi le onde ricurve di quel miasma screziato: non avevo tempo di denunciare il fatto in presidenza, né di rincorrere i teppistelli così aprii la bottiglia, rovesciai il contenuto in un bagno e poi la lasciai aperta sul davanzale. Mi rimisi in marcia e stavo per abbandonare la ricerca quando sentii degli strani rumori, come rantoli appena percettibili, arrivare dal sottoscala. Con cautela mi avvicinai e quello che vidi mi immobilizzò: due ragazzi di non più di quindici anni, seminudi dalla vita in giù, che, appena staccatisi, si riaccingevano a tirar su i pantaloni come se nulla fosse successo.

-Miii Vale! Fantastico! Che dire: ci voleva  cioè ne avevo troppo bisogno cioè ultimamente è davvero un macello. Sei davvero un’amica mitica.- le prese a dire lui mentre lei si limitò a rispondergli con dei risolini complici.

Mi allontanai di soppiatto, l’angoscia e la nausea avevano iniziato a rodermi dentro come maledettissime tarme che divorano avide un vecchio e secco tronco d’abete, e ritornai alla mia aula. I miei allievi erano entrati già da un po’: sconcertato per le precedenti visioni non mi curai di rimproverarli e ripresi la mia lezione. Quelle immagini, la bottiglia avvelenata e il coito improvvisato, mi tormentavano: possibile che tutto sia sminuito a gioco, a vuoto divertissment?

Le mie stesse parole sapevano scialbe, inutili, stupide cantilene incapaci di giungere alle orecchie di quei giovani come se un vetro invisibile e spesso me li precludesse.

Driin driin driin

Finalmente quella giornata si era conclusa: nel giro di qualche minuto mi ritrovai a parlare solo davanti a banchi vuoti ma ciò che mi crucciava di più era pensare che, in fondo, anche prima quei banchi gridavano lo stesso assordante indifferente silenzio.

D’improvviso entrò sbracciando un bidello:

-Professò ma come? Ancora qua?

-No no Vincè, sto andando.

- Ma c’è qualcosa? La vedo sconvolta?

-No no. Niente che non faccia parte della cattiva routine, della mancanza di gusto e di educazione.

-Ah beh! Allora…Ah professò! So tempi brutti e i ragazzi, beh… li vede! Pensano solo a divertirsi, a giocare e nun so seri pe’ niente. Lei però non se la deve prende a sto modo. Vedrà che gli passa. So tempi brutti ma tutto passa. Uno mica può mettersi a cambià, dal giorno a la notte, il mondo e rifarlobene e giusto così,in uno schioppo di dita,  no?- e fece schioccare il grasso pollice col medio.

-Sì sì. Hai ragione. Non si può cambiare un bel niente. Io vado. Ciao Vincè!

-Lo vede professò! Stia allegro e spensierato!Certe cose si cambiano sole. Arrivederci! Ah! Lasci pure aperta la porta.

 

Day 2

L’orologio della nonna batteva le sette. Stranamente ero riuscito a riprendermi. La serata cine-day mi aveva messo di buon umore e mi aveva distratto quanto era bastato per calmarmi. Alla fin fine, pensavo, non erano mica miei studenti. I miei avevano altra educazione, erano sicuramente più sensibili e i loro voti alti lo attestavano: dopotutto imparavano quello che insegnavo loro.

Presi il solito caffè e sfogliai al volo il giornale: in prima pagina i giornalisti avevano apparecchiato ben bene un fattaccio di cronaca a mò d’intrigante racconto noir. Le uniche varianti erano che la metropoli tentacolare era un paesino di montagna sperduto e “quieto”,almeno fino all’episodiaccio, inoltre mancava lo sciatto e svogliato  Humprey Bogart di turno capace di sciogliere il rebus. Al suo posto una risma di scienziati che ricostruivano i possibili scenari non risparmiando i più sordidi e truci dettagli. Ma anche qui, tutto sommato, nulla di nuovo  sotto il sole: il popolo ama il truculento, ama imbrattarsi di sanguinolenti schizzi pur di riuscire a scorgere da più vicino la breve inesorabile caduta della lama che trancia violenta le carni inermi del povero ghigliottinato mentre la sua testa rotola nel cesto con gli occhi che sembrano minacciare ad ogni giro il suo pubblico.

Presi il treno: secondo binario, terza carrozza, primo posto a sedere sulla destra.

Nella mia mente le brutte immagini avevano ripreso vita.

Ma non posso farci niente! E poi a me non interessa: non sono miei studenti-mi dicevo- quindi è inutile che mi tormenti: non serve a nulla! E’ stupido! E poi cosa mi sta prendendo? Sto regredendo al livello infantile sotto le smanie da supereroe? Non posso salvare il mondo! Non posso cambiare la mente dei giovani: se preferiscono vivere così: esistere e basta, spinti da una belluina e autodistruttiva natura che facciano pure!... ma caspita neanche per un disagio sociale o un inevitabile dictat  economico… solo noia, noia maledettissima noia! Neppure noia esistenziale, la noia dello sbadiglio! No basta devo smetterla!

Mentre il finestrone aveva assunto le fattezze di una grande pellicola in cui il fluire dei fotogrammi generavano giochi intermittenti di luci e ombre, io venivo dilaniato dalle mie tante anime.

Fu uno dei viaggi più lunghi della mia vita.

Arrivato a scuola trovai gli studenti fuori dall’aula e il preside che mi aspettava in piedi sulla soglia.

Ero in ritardo di circa cinque minuti e quindi qualsiasi cosa fosse successo non poteva essermi imputata come colpa. Il presidente con tono sommesso e senza troppi giri di parole arrivò al dunque: un mio studente si era suicidato sparandosi un colpo alla testa la sera prima con la pistola del padre, un ricco industriale appassionato di armi e cimelii bellici.

Poi mi girai e vidi quello che prima meschinamente avevo tralasciato: vidi i miei studenti sconvolti. Chi piangeva, chi si tratteneva con gli occhi velati, chi si abbandonava per terra con la testa al muro. Tutti sembravano rimproverarmi: sentivo i loro sguardi schifarmi e imputarmi la colpa del macabro misfatto. Cosa gli avevo insegnato? Come potevo cercare di comunicargli qualcosa se quel vetro spesso era a doppio fondo: loro non mi sentivano ma io non li guardavo.

La lezione fu soppressa per lutto e io decisi di andarmene. Troppe cose non quadravano più e ogni domanda era come un colpo di fuoco in pieno petto.

 Quando avevo smesso di insegnare?

Quando avevo fatto della mia cultura un mero gingillo da museo delle cere, reliquia sottovetro venerata solo per una soddisfazione tutta  privata, un amore narcisistico che si consumava nelle mura casalinghe o motivo di altezzoso sfoggio, di tanto in tanto, nei salotti degli amici?

Quando lo studente sognatore, imbevuto di giustizia cultura e marxismo, aveva rinnegato tutto ciò?

 Quando ero diventato mera ombra di me stesso.

In corridoio mi scontrai con un collega.

-Ehi ciao! Ti vedo sconvolto... allora hai saputo.

- Sì, sì.- feci io laconico e col piede pronto ad andarmene.

-Brutta storia ma non devi prendertela. Noi non centriamo nulla. Non siamo psicologi né abbiamo una sfera di cristallo. Noi insegniamo loro Dante, Montale, Pirandello, Svevo e così via ma non possiamo metterci al posto dei genitori, né cambiare la testa agli studenti. Ognuno ha il libero arbitrio e tu non puoi fargli  forza inculcandogli un po’ di buon senso. I tempi d’oggi sono strani per noi vecchiotti e non ci è dato modificare più di tanto le sorti delle nuovi generazioni. Ma in fondo non è stato sempre così? Ogni tempo ha avuto i suoi giovani traviati, quelli superficiali e anche quelli di sani principi come noi! Figli del sessantotto! Grande vecchia generazione!

Pensai che in fondo il mio collega per la prima volta aveva ragione. Mi congedai da lui e riuscii in qualche modo ad arginare le mie nevrosi. Se non altro arrivai sano e salvo a casa.

 

 

Day 3

L’orologio della nonna battè le sette. La notte non avevo chiuso occhio. La parole del bidello, del collega, i rantolii soffocati del sottoscala, i risolini drogati, il pianto dei miei studenti… tutto mi vorticava nella testa minacciando di farla esplodere. Non mi ero ancora vestito: decisi che quella mattina mi sarei preso una vacanza dal mondo e mi sarei messo in malattia per qualche giorno. Per calmarmi mi versai in un bicchiere d’acqua delle gocce di valium: il disperdersi di quelle lacrime in spirali tortuose mi ricordava le linee della fumo imbottigliato. Trangugiai il bicchiere.

Mi venne in mente, ironia della sorte pure il mio inconscio mi remava contro, un articolo letto a proposito delle acque del Tamigi: un’alta percentuale di valium e serenase, un potente anti-depressivo, erano state rilevate nelle sue acque; sentore questo di una società sempre più malata e scontenta sotto la rasserenante scorza di un mediocre benessere economico. Come diavolo si intitolava? Vediamo un po’…  “Il popolo malato” mi pare…

Non volevo più sentire nulla: unico obiettivo era dormire, riposare… o avrei rischiato un esaurimento di nervi o peggio! Pensai che quella maledetta medicina ci metteva troppo a fare effetto. Medicina. Già! Altro che la poesia di Lucrezio: ci voleva quel composto molecolare là per farmi riacquistare la salute, la salvezza.

Caddi come un corpo morto cade sulla poltrona e il mio sedere premette la pulsantiera del telecomando dato che da lì a poco un’isterica tv si accese gridando:

-         Benvenuti e bene alzati amici telespettatori! Su poltroni vi voglio arzilli che sta per iniziare un’altra puntata de “Prima che il gallo canti”! Anche oggi tantissimi ospiti e…

Zappp!

La chiusi in tempo e il nero monitor inghiotti quello sgradevole impasto di luci e suoni ruttandomi in faccia un iridescente ed evanescente cerchiolino centrale.

Prima che il gallo canti… prima che il gallo canti… questa l’ho già sentita! Già già! Questa in verità, in verità ti dico mio caro che l’ho già sentita, mi dissi

Tara tà tà  tara tà tà

Oh diavolo! Pensai. Oggi non si può proprio stare tranquilli con sta rivoluzione elettronica! Ma lasciatemi stare! Mi avvicinai al televisore e vi appoggiai le mani. Oltre quel vetro il mondo si poteva cambiare o si poteva solo esserne succubi?

I peli del braccio si rizzarono. Un effetto elettrostatico abbastanza elementare.

Tara tà tà tara tà tà

Eh va bene! Va bene, ok! Rispondo cavolo, rispondo!

Lo trovai al suo solito posto: ai piedi della poltrona. “Clelia chiama”.

-Pronto

-Pronto Gè: ho saputo. Come stai?

-Come sto cosa?

-Beh dimmelo tu. A scuola ero venuta a prenderti per andare al pub letterario ma mi han detto che te ne eri andato sconvolto per quel che era successo. Però devi capire una volta per tutte che non è colpa tua.

- Sì lo so: al mondo succedono cose brutte e io non sono superman, giusto?

- Sì Gè e non te la devi prendere così. So che sei un tipo complesso quindi per capire sta cosa prenditi tutto il tempo che vuoi.

- Sai che c’è Clelia?

-Cosa Gè?

- Che sto bene. Che ormai so che non è colpa mia anche se lo studente era uno dei miei. Lo so ma ci devo dormire almeno una notte su prima che mi passi questa turba infantile da supereroe. Però so anche che avrei voluto che mi conoscessi prima: quando io ero io e non me ne fregava un bel niente di tutto il restoi

-Va bene Gè.Ho capito. Sei un po’ sconvolto. Ora ti lascio dormire . Stasera ti richiamo. Ora vado al lavoro. Tu riposati, mi raccomando. Bacio.

- Ciao ciao.

Spensi il telefono e lo gettai contro la tv. Prodigi della tecnica: nulla si era scalfito. Mi avvicinai al monitor ultrapiatto e lo ritoccai. Era freddo e tamburellando le dita su quel vetro sentivo l’ansia cavalcare e opprimermi sempre più quasi come se mi avessero rinchiuso in una campana di vetro: un asfittica campana ti vetro e,cosa più affliggente, io non avevo battuto ciglio.

“Prima che il gallo canti", eh?stanno dunque così le cose gridai…

Poi lo sguardo cadde sui miei peli: si erano rizzati ancora tutti in aria, perfettamente paralleli e questa volta sapevo che in verità, per quante scuse cercassi, per quanti fenomeni elettrostatici richiamassi a giustifica, in verità mi dissi che il significato era solo uno e uno soltanto e mai più mi sarei mostrato suo complice occultandolo nell'incapacità di combatterlo: il ribrezzo.

 



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